L’aria è fresca, profuma di pino marittimo. Il martellare ritmico delle scarpe sull’asfalto bagnato. Sorrido benevolo ai corridori della domenica, che al mio passaggio si scostano: rispettosi, ammirati. La vetrina di un fornaio riflette il mio corpo, un imponente tangram di muscoli luccicanti di sudore. Il cuore che pulsa docile, allenato, efficiente, mentre il fiato disperde calore e anidride carbonica.
Sono circondato da buone note, in attesa di una chiave che le faccia vibrare all’unisono.
Il momento dello strappo finale. I pettorali si gonfiano sotto la microfibra, mi guardo intorno, inspirando profondamente. Incrocio lo sguardo di un ragazzino, seminudo nel cortile di una villetta: palesemente reduce da una nottata di bagordi. Alle sette del mattino è già attrezzato di birra e sigaretta. Non riuscirebbe a starmi dietro per cento metri.
E improvvisamente tutto mi è chiaro: glielo leggo negli occhi. Il senso.
“Ma chi cazzo te lo fa fare, vecchio stronzo”.